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		<title>Dinamiche familiari e tossicodipendenza</title>
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		<pubDate>Wed, 25 May 2011 08:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura del dott. Giancuca Noto, psicologo e psicoterapeuta relazionale L’essere umano è definito dalla qualità delle relazioni che stabilisce con gli altri intorno a sé: più semplicemente è un essere sociale. Perciò il suo essere è meglio comprensibile se si allarga lo sguardo all’ambiente che lo circonda. Il contesto di appartenenza più prossimo è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>A cura del dott. Giancuca Noto, psicologo e psicoterapeuta relazionale</strong></em></p>
<p>L’essere umano è definito dalla qualità delle <em>relazioni </em>che stabilisce con gli altri intorno a sé: più semplicemente è un <em>essere sociale</em>. Perciò il suo <em>essere</em> è meglio comprensibile se si allarga lo sguardo all’ambiente che lo circonda.</p>
<p>Il contesto di appartenenza più prossimo è la famiglia, all’interno della quale ognuno cresce e stabilisce i primi contatti sociali, ricevendo stimoli importanti che orientano la personalità, le inclinazioni, il  modo di comunicare e di stabilire relazioni.</p>
<p>La famiglia è un sistema complesso in cui le strette connessioni fra i vari membri fanno sì che i cambiamenti in uno di essi si ripercuotano più o meno facilmente sugli altri. Nel caso si verifichi disagio, questo può riverberarsi all’interno del gruppo familiare come un segnale che attiva tutti i componenti. Viceversa, la sofferenza individuale può costituire un segnale di malessere più esteso, che riguarda il gruppo familiare e i compiti evolutivi del suo ciclo di vita.</p>
<p>Per questo allargare il campo di osservazione all’intera famiglia può facilitare la comprensione del <em>disagio relazionale</em> che accompagna il problema della tossicodipendenza: quando il funzionamento della famiglia è &#8220;disturbato&#8221;, infatti, si manifestano nei suoi componenti sintomi di malessere psicofisico quali ansia, irritazione, depressione, noia, insicurezza, bassa autostima, mancanza di autonomia, forte dipendenza, rifugio fantastico finanche uso di sostanze psicoattive come autoterapia.</p>
<p>Tali situazioni possono modificare o irrigidire schemi relazionali spingendo a cercare una soluzione, ma spesso con la sensazione di infilarsi in un tunnel dove gli spiragli di luce si diradano sempre più.</p>
<p>Si verifica non solo una resistenza al cambiamento, ma anche difficoltà a rendersi conto di essa e che da un punto di vista relazionale certi approcci ai problemi finora funzionali, ormai sono disfunzionali per una famiglia che cresce e cambia in ogni suo membro e quindi nei rapporti reciproci. Questa situazione è tipica delle famiglie con tossicodipendenti e si presenta in uno specifico momento del loro ciclo di vita, ovvero quando il figlio comincia a richiedere maggiori spazi di autonomia, in corrispondenza della fase adolescenziale. Fare ricorso a sostanze stupefacenti assume una funzione relazionale ambivalente: da una parte permette al tossicomane di essere distante, indipendente ed individuato, dall&#8217;altra lo rende dipendente in termini di danaro e di mantenimento.</p>
<p>Nella fase in cui si dovrebbe attuare lo svincolo adolescenziale dalla famiglia, l’esterno viene avvertito come minaccioso e si ha la percezione della casa come microcosmo sociale in cui rinchiudersi. Il male è nel sociale e la casa rappresenta una gabbia dorata, che da un lato è un contenitore rassicurante, dall’altro però è altamente asfissiante.</p>
<p>La tossicodipendenza rappresenta uno spazio altro rispetto al microcosmo saturo che è la casa, in cui poter immaginare di esperire una qualche forma di pensiero autonomo.</p>
<p>L’abuso di droga (così come ogni altro sintomo grave di disagio) può servire a mantenere insieme i genitori o a raggiungere l’obiettivo di far interrompere un litigio tra loro. In una coppia genitoriale in stallo relazionale può verificarsi una triangolazione del paziente che lo spinge a stabilire un rapporto preferenziale col genitore che sente più in difficoltà. Il figlio, in questo caso, assume il ruolo, emotivamente difficile, di mediare la tensione latente tra i genitori e di colmare artificialmente un vuoto affettivo. In questi giochi di triangolazione il ragazzo svolgerebbe la funzione di contenimento e di mascheramento di conflitti genitoriali latenti.</p>
<p>Nella famiglia del tossicodipendente c’è difficoltà a trattenere i contenuti mentali “emozionanti”, ovvero alcuni vissuti risultano troppo dolorosi o pericolosi per la stabilità del clima familiare; non potendo essere verbalizzati o tollerati vengono trasformati in agiti. Le emozioni appaiono sotto forma di aggressività fisica o verbale oppure come vere e proprie angosce nei confronti della vicinanza fisica con i propri familiari. Tutto il sistema sembra vivere all’ombra di una minaccia costante e incombente, come terrorizzato che possa accadere qualcosa di ingestibile e catastrofico: l’irruzione dell’emozione profonda. Se si sta dentro la famiglia e si sente, si pensa ciò che avviene al suo interno, allora si sperimentano dolori così profondi che c’è bisogno di morfina per riuscire a “stare dentro ma non pensare; stare dentro ma non affrontare i problemi, vissuti come insopportabili”.</p>
<p>Il consumo di droghe illecite in questi ultimi decenni è divenuto sempre più un fenomeno adolescenziale che trova il suo innesco non tanto in problematiche psicopatologiche o devianti ma nel quadro delle normali problematiche evolutive legate all’adolescenza che, a loro volta, rappresentano un evento perturbatore che pone la famiglia nella necessità di modificare le proprie relazioni, compito di per sé difficile come lo è ogni cambiamento, ma naturale per ogni famiglia nel corso del suo normale ciclo di vita: ad esempio, il figlio per diventare adulto deve imparare a relazionarsi alla pari con gli altri adulti e quindi anche con i propri genitori.</p>
<p>Perché l’adolescente possa ridefinire la propria identità ha bisogno che anche la sua famiglia e, quindi, ogni suo membro, sia disposto a fare altrettanto. Modificare il contesto all&#8217;interno del quale si è presentata una situazione di disagio può aiutare a modificarne il vissuto.</p>
<p>Aiutare la famiglia, in tutte le sue componenti, a riflettere sui propri schemi relazionali, sui vissuti, sulle proprie peculiarità comunicative, significa non solo favorire una maggiore conoscenza reciproca, ma soprattutto consentire che si scoprano <em>risorse</em> interne, offrendo punti di vista diversi, condivisione e confronto.</p>
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		<title>VALENZE EMOTIVE E RELAZIONALI DEL CIBO</title>
		<link>http://www.centrofamiglie.org/2011/04/12/valenze-emotive-e-relazionali-del-cibo/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 17:42:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale Il cibo non è solo nutrizione del corpo, ma assume diversi significati simbolici e può diventare terreno di gestione delle proprie emozioni e mezzo di facilitazione e organizzazione delle relazioni familiari. A tavola, infatti, normalmente si riunisce la famiglia intera e la consumazione dei pasti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale</strong></em></p>
<p>Il cibo non è solo nutrizione del corpo, ma assume diversi significati simbolici e può diventare terreno di gestione delle proprie emozioni e mezzo di facilitazione e organizzazione delle relazioni familiari.</p>
<p>A tavola, infatti, normalmente si riunisce la famiglia intera e la consumazione dei pasti diventa motivo di incontro e di scambio tra mamma, papà e figlio o figli.</p>
<p>A tavola, inoltre, avvengono abitudini e rituali che possono veicolare significati e valori familiari e sociali: un tempo, ad esempio, era esclusivamente la moglie che cucinava e provvedeva al nutrimento e serviva il cibo cominciando dal marito, poi seguivano i figli e infine se stessa, nel rispetto delle gerarchie e come simbolo dell’organizzazione relazionale tipica di una società patriarcale.</p>
<p>Al di là dei contenuti alimentari e delle proprietà benefiche sul fisico di alcuni cibi, è proprio il significato emotivo e la gratificazione che se ne ricava a spingere ad assumerlo, indipendentemente dalla fame, per coccolarsi e rigenerarsi. Alcuni cibi, come la pasta, sono responsabili della secrezione di serotonina, neurotrasmettitore considerato l’”ormone del buon umore”, altri, come la cioccolata, con il loro contenuto di caffeina gratificano corpo e mente e spingono, talvolta, a non riuscire a smettere di mangiarne.</p>
<p>Il cibo rappresenta il nutrimento, anche psicologico ed affettivo, ed è veicolo di cura fin da quando il bambino è in fasce, trasmettendo messaggi e significati di legame con chi nutre. Per questo è fin da subito profondamente legato anche ad aspetti relazionali.</p>
<p>La teoria dell’attaccamento, dello psicologo inglese Jhon Bowlby, definisce il bisogno di protezione del bambino come un istinto innato, che lo spinge a cercare un legame con l’adulto che gli permetta di sperimentare sicurezza: il legame di attaccamento. La madre, attraverso l’allattamento nutre il figlio sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista affettivo ed emotivo, perché lo stringe a sé e lo protegge, infondendogli sicurezza e fiducia.</p>
<p>Non è un caso, dunque, che ogni volta che si manifestano difficoltà o problematiche riferite all’alimentazione, si riveli un profondo nesso con il mondo affettivo e con ciò che succede nelle relazioni significative delle persone.</p>
<p>Il cibo, in questo senso, diventa terreno di confronto tra individui. Tra genitori e figli, ad esempio, può verificarsi che i bambini o i ragazzi si rifiutino di mangiare o vogliano solo determinati alimenti per sfidare i propri genitori e voler assumere, in famiglia, una posizione di potere, entrando in conflitto con gli adulti e coinvolgendoli in una lotta per l’autoaffermazione (soprattutto in adolescenza).</p>
<p>Altri potrebbero avere bisogno di attenzioni e cercarle attraverso comportamenti alimentari che preoccupano i genitori e li spingono a pensare continuamente a loro.</p>
<p>Il cibo potrebbe diventare anche terreno di espressione di rabbia o gelosia nei confronti di un genitore che si vede pochissimo per motivi di lavoro o che, in seguito a separazione, è andato a vivere altrove.</p>
<p>Scegliere solo certi cibi potrebbe, infine, far percepire al ragazzo o ragazza di avere il controllo del proprio corpo e per estensione della propria vita e di poter decidere per sé senza farsi influenzare da niente e da nessuno. Spesso questo tipo di approccio al cibo si riscontra in persone che hanno disturbi alimentari (anoressia e bulimia) e che tentano, attraverso il controllo del cibo, più o meno riuscito, di gestire un rapporto con genitori e familiari percepito come problematico perché rende difficile, per la troppo vicinanza affettiva, la crescita e l’autonomizzazione.</p>
<p>D’altra parte, lasciare che i figli scelgano cosa mangiare e accondiscendere ai loro desideri può far sentire il genitore un “bravo genitore”, che sa prendersi cura dei propri figli.</p>
<p>In definitiva, la complessità relazionale che ruota intorno al tema del cibo e della sua assunzione è molto forte e i significati veicolati attraverso determinati comportamenti alimentari possono essere tanti e specifici di ogni persona e di ogni nucleo familiare che esprime, anche attraverso comportamenti di vita quotidiana, la propria organizzazione e la propria struttura.</p>
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		<title>La regolazione naturale della fertilità. IL METODO BILLINGS</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 09:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura della dott.ssa Suor Paola Della Ciana, medico counsellor La regolazione naturale della fertilità si fonda sulla possibilità di individuare all&#8217;interno del ciclo mestruale i giorni fertili grazie all&#8217;osservazione da parte della donna di alcuni segni e sintomi naturali di fertilità. Tale conoscenza può essere utilizzata dalla coppia per ricercare, distanziare o evitare la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>A cura della dott.ssa Suor Paola Della Ciana, medico counsellor</strong></em></p>
<p>La regolazione naturale della fertilità si fonda sulla possibilità di individuare all&#8217;interno del ciclo mestruale i giorni fertili grazie all&#8217;osservazione da parte della donna di alcuni segni e sintomi naturali di fertilità. Tale conoscenza può essere utilizzata dalla coppia per ricercare, distanziare o evitare la gravidanza e per monitorare lo stato di salute riproduttivo della donna. Le osservazioni fatte informano la donna su quanto sta avvenendo in lei e l’aiutano a vivere senza ansia la propria fertilità.</p>
<p><strong>Cos’è il metodo Billings?</strong></p>
<p>E’ un metodo naturale di regolazione delle nascite che consente alla donna di riconoscere giorno per giorno il suo stato di non-fertilità o di potenziale fertilità attraverso le sensazioni prodotte a livello vulvare dall’assenza o dalla presenza di muco cervicale.</p>
<p><strong>Come si apprende?</strong></p>
<p>Per imparare correttamente il metodo è necessario che la coppia si rivolga ad un’insegnante diplomata che l’accompagnerà fino all’autonomia di utilizzo dello stesso. L’insegnamento è gratuito.</p>
<p><strong>Quando si può applicare?</strong></p>
<p>Il metodo, non essendo fondato su calcoli di probabilità, non richiede che i cicli siano regolari, ma può essere applicato in ogni circostanza della vita riproduttiva della donna: cicli regolari/irregolari, ridotta fertilità, allattamento, pre-menopausa, sospensione di contraccettivi orali, stress.</p>
<p><strong>Quali vantaggi offre?</strong></p>
<p>E’ semplice da imparare/utilizzare; non richiede utilizzo di farmaci/strumenti; non ha effetti collaterali; non nuoce alla salute; aiuta le coppie con bassa fertilità a conseguire una gravidanza; la responsabilità della regolazione della fertilità è condivisa all’interno della coppia; sono rispettati i ritmi naturali dell’organismo; sicurezza ed efficacia sono dimostrate da studi documentati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.</p>
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		<title>La famiglia adottiva incontra la scuola</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 09:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale L’inserimento scolastico sancisce, per ogni bambino, il momento di ingresso nel contesto sociale di appartenenza e impone un cambiamento significativo che lo mette a confronto con un elevato numero di compiti, relazioni e novità che influenzeranno non solo il suo bagaglio culturale, ma anche la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale</strong></em></p>
<p>L’inserimento scolastico sancisce, per ogni bambino, il momento di ingresso nel contesto sociale di appartenenza e impone un cambiamento significativo che lo mette a confronto con un elevato numero di compiti, relazioni e novità che influenzeranno non solo il suo bagaglio culturale, ma anche la sua crescita complessiva e la sua identità.</p>
<p>A scuola esistono diversi fattori tipici del contesto, raggruppabili in due grandi aree: quella disciplinare e quella affettivo-relazionale; la prima riguarda l’insieme dei contenuti disciplinari e le abilità cognitive di apprendimento, mentre la seconda fa riferimento alle dinamiche relazionali che il bambino mette in atto con i compagni di classe (competizioni, alleanze, conflitti, gelosie, leadership …) e con gli insegnanti (rispecchiamento, conferma, svalutazione, attaccamento emotivo …).</p>
<p>Nel rapporto con i compagni di classe e con l’insegnante esiste una ricchezza e una pluralità di parti di sé che gli alunni mettono in gioco, talvolta persino sanando difficoltà vissute in altri contesti. Se, ad esempio, un bambino fatica ad esporsi per timidezza o svalutazione di sé e viene inserito in un gruppo classe capace di farlo sentire accolto e accettato, potrà trovare uno stimolo ad esprimersi e acquisire maggiore sicurezza. In ugual modo è importante l’atteggiamento che l’insegnante assume con i suoi studenti: se ritiene che siano capaci e in grado di ottenere determinati risultati, trasmetterà loro, sia a livello verbale, che con il proprio atteggiamento non verbale, un messaggio di incoraggiamento e fiducia ed essi stessi finiranno per sentirsi capaci e meritevoli. La relazione è fondamentale per aiutare i bambini a capire cosa sanno e cosa sanno fare, come si rapportano agli altri e che caratteristiche di personalità possiedono, per quale attività o disciplina sono più portati, contribuendo a rafforzare la loro autostima e a prepararsi per diventare, un giorno, uomini e donne autonomi e responsabili.</p>
<p>Se questo è vero ed importante per tutti i bambini e tutti i ragazzi, lo è ancor più per quelli adottati che hanno vissuto un allontanamento precoce dai genitori e, nella maggioranza dei casi, dalla terra di origine e sono particolarmente bisognosi di sentirsi accolti e desiderati e di dare un senso di continuità alle due diverse storie che li caratterizzano (quella prima dell’adozione e quella dopo, nella famiglia adottiva e nel paese d’arrivo), per sviluppare un sentimento e una coscienza di identità stabile e integrata.</p>
<p>Queste premesse sono fondamentali per comprendere il rendimento scolastico dei bambini adottati, che spesso è inferiore a quello dei compagni. L’accoglienza emotiva e la sicurezza di essere amati rassicura e fa in modo che le energie mentali si rendano disponibili per l’apprendimento.</p>
<p>L’esperienza dell’abbandono, inoltre, ha una notevole influenza sul modo di affrontare il cambiamento di abitudini e di contesti che si verifica al momento dell’ingresso a scuola, perché genera in chi l’ha vissuta una particolare ansia e un bisogno di certezze e di stabilità superiore a quelle dei coetanei; questo genere di esperienze esistenziali lasciano un segno nella psiche e conferiscono una sensibilità particolare ai vissuti e alle aspettative delle persone affettivamente significative: i bambini adottati avvertono costantemente il bisogno di accertarsi che le persone care non li abbandonino di nuovo e che la situazione sia sempre sotto controllo, impiegando quasi tutte le proprie energie psichiche per gestire l’ansia di separazione dai genitori.</p>
<p>Esistono ulteriori aspetti all’origine dello stato ansioso che altera l’apprendimento e il comportamento a scuola. Tutti i bambini si pongono, fin da molto piccoli, numerose domande sulla loro storia, sul luogo da dove sono venuti e sulla loro collocazione prima di arrivare nella famiglia attuale e i bambini adottati non fanno eccezione, ma le affrontano con modalità peculiari: alcuni hanno uno stile ansioso e si chiedono continuamente come sia stata la loro vita precedente all’adozione e perché siano stati abbandonati dai genitori biologici; si ritengono, generalmente, responsabili del proprio abbandono e persone di scarso valore e hanno molta paura di essere lasciati di nuovo, per cui impiegano molte energie nel dare risposte a queste domande angoscianti. All’opposto, altri affrontano il loro abbandono utilizzando una modalità difensiva, che minimizza l’esperienza subita, spingendoli ad evitare di porsi domande e di riflettere per darsi risposte. In questo secondo caso, alcune risorse cognitive e riflessive rimangono costantemente inutilizzate, anche quando dovrebbero essere spese per l’apprendimento scolastico, e i bambini sono spinti a dedicarsi ad attività superficiali, che non mettano a rischio il loro pseudo-equilibrio, senza utilizzare mai completamente le proprie potenzialità, nemmeno a scuola.</p>
<p>In linea con queste riflessioni è l’osservazione di uno stile di attaccamento insicuro in tutti i bambini adottati e la sua correlazione con le loro risorse di apprendimento. La teoria dell’attaccamento, frutto degli studi dello psicanalista John Bowlby, sostiene l’esistenza nell’uomo di un bisogno innato e universale di creare legami affettivi stretti che gli garantiscano protezione e sicurezza e permettano la sua sopravvivenza e un suo sano sviluppo psichico. Questo bisogno spinge il bambino, fin da appena nato, a mettere in atto comportamenti di ricerca di protezione e affetto, cercando una risposta nell’adulto che ne ha cura. In base alla sensibilità dell’adulto e alla sua capacità di cogliere e di rispondere ai segnali del bambino, si crea un legame di attaccamento sicuro o insicuro.</p>
<p>Le prime esperienze di interazione tra bambino e adulto vengono interiorizzate dal piccolo e costituiranno una sorta di modello interno per le relazioni affettive future e per la sua immagine di sé. In particolare, il legame di attaccamento diventa sicuro se gli adulti capiscono i bisogni del bambino ed egli si sente fiducioso nell’esplorare il mondo e degno di amore, sapendo di poter contare sempre sulla loro presenza costante. Se, al contrario, ciò avviene in maniera parziale, se i genitori sono distratti, sofferenti o affettivamente poco disponibili, il bambino non sviluppa dentro di sé la certezza della presenza di un punto di riferimento costante ed ha timore di allontanarsi dal genitore ed esplorare il mondo per paura di non trovarlo più al suo ritorno. Egli tende, infine, a sviluppare un’immagine di sé come indegno dell’amore degli altri, interiorizzando un modello di attaccamento insicuro.</p>
<p>Il legame di attaccamento con il genitore comincia a costruirsi già durante il periodo della gestazione e se verrà interrotto da un abbandono, come nel caso dei bambini adottati, verrà minata alle fondamenta la sicurezza di base che il legame garantisce ed essa potrà essere recuperata solo attraverso un nuovo legame di attaccamento con i genitori adottivi.</p>
<p>Oggi i bambini adottati, soprattutto quelli provenienti dall’estero, arrivano già in età pre-scolare o scolare e l’inserimento scolastico avviene quasi immediatamente, senza che ci sia stato tempo sufficiente per creare e consolidare il nuovo legame di attaccamento con i genitori. Essendo emotivamente molto impegnati in questo processo psicologico complesso, potrebbero non riuscire a gestire, contemporaneamente tutte le novità e l’impegno necessari all’adattamento al contesto scolastico, manifestando difficoltà di apprendimento e di relazione e comportamenti disturbati e disturbanti in classe.</p>
<p>Spesso, per evitare un impegno troppo gravoso per il bambino, si suggerisce ai genitori di lasciar passare diversi mesi prima di inserirlo in classe e contemporaneamente si consiglia agli insegnanti di non concentrarsi subito sui suoi risultati scolastici, ma lasciargli il tempo necessario a trovare la sua dimensione emotiva e il senso di appartenenza alla classe, per sentirsi abbastanza sicuro e fiducioso e poter rivolgere la propria attenzione anche allo studio. L’apprendimento della lingua italiana, ad esempio, è spesso collegato ad un vissuto di appartenenza del bambino al nuovo contesto: il rifiuto di impararla può essere indicativo della sua reticenza o del suo rifiuto ad entrare a far parte di una nuova famiglia e di una nuova comunità culturale che si riconosce in quella lingua. La sua storia, le sue tradizioni e la sua cultura originaria, non possono essere abbandonate e non possono nemmeno essere integrate con le nostre in maniera improvvisa e senza un lavoro psicologico importante, soprattutto per un bambino piccolo.</p>
<p>I bambini adottati hanno, generalmente, una raffinata sensibilità e marcate capacità creative che possono essere espresse, inizialmente, attraverso attività (come il gioco, il disegno ecc.) in cui prevalgono la libera espressione e le abilità di socializzazione, che facilitano il vissuto di appartenenza alla classe. Utilizzare questo tipo di attività può essere un modo per iniziare una relazione educativa efficace e preparare il terreno ad un proficuo apprendimento.</p>
<p>Aiutarlo a prendere coscienza della sua diversità e della sua storia e ridarle un senso che permetta a lui e ai compagni di non percepirla come uno stigma o un deficit, ma come un arricchimento e una risorsa, implica un lavoro che coinvolge tutta la classe e richiede che tematiche riferite all’adozione, come la doppia genitorialità, l’albero genealogico differente e più complesso, la provenienza da paesi stranieri e le differenze culturali e religiose vengano affrontate apertamente in classe, attraverso attività che favoriscono la libera espressione delle proprie impressioni ed idee e il confronto in un clima privo di giudizio. In questo modo il bambino adottato vivrà la sua storia e la sua provenienza come qualcosa di speciale e di arricchente per tutti e si sentirà più forte e libero di dare risposte alle sue domande.</p>
<p>Per far questo, l’insegnante deve conoscere le principali caratteristiche emotive e relazionali legate all’adozione e non aver timore di affrontarle in classe con i propri alunni e deve essere disponibile a confronto costante con i genitori adottivi, per trovare insieme a loro il modo migliore per farlo. Inoltre, è importantissimo che rifletta attentamente sui propri pregiudizi sull’adozione e sui bambini adottati. Spesso, infatti, vengono percepiti come problematici, o, ancora più spesso, vittime di un triste destino.</p>
<p>Ciò che si pensa, anche quando i pensieri e le convinzioni non sono consapevoli, viene trasmesso attraverso i propri messaggi verbali e non verbali e si rischia di rimandare al proprio alunno e alla sua famiglia l’idea che sia problematico e incapace, o si rischia di diventare iperprotettivi, impedendogli di far emergere le proprie risorse perché lo si tratta come una persona che, a causa della sua storia e delle difficoltà attraversate, sarà sempre svantaggiata rispetto agli altri.</p>
<p>E’ importante osservare i comportamenti difficili o disturbanti o eccessivamente passivi e accomodanti dei bambini, con attenzione e con atteggiamento aperto e accogliente, per attribuire loro un significato che sia  utile al bambino, senza trattarlo in maniera privilegiata e diversa dai compagni di classe (punirlo quando occorre, premiarlo e lodarlo quando lo merita) ed evitando di considerare l’adozione alla stregua di una patologia. Esistono situazioni, infatti, in cui si assegna l’insegnante di sostegno semplicemente perché il bambino è adottato e manifesta inizialmente difficoltà nell’apprendimento della lingua italiana o si comporta in maniera incontrollabile. Affiancare ad un bambino un insegnante di sostegno è una scelta forte poiché trasmette a lui e alla famiglia un messaggio di grossa problematicità, che dovrebbe essere riferita solo ai casi in cui esistono psicopatologie conclamate (disturbi dell’apprendimento, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, disturbo post-traumatico da stress, disturbi dello sviluppo …).</p>
<p>I bambini adottati hanno una storia generalmente più complessa di quella degli altri, ma hanno spesso risorse più grandi proprio per il fatto di essere sopravvissuti a situazioni di vita difficili. Considerandoli problematici o proteggendoli eccessivamente si rischia di non farli sentire capiti e di impedire alle loro risorse di emergere. Sono bambini come gli altri, con un particolare bisogno di affetto e di comprensione  e questo interroga e sollecita l’insegnante a porre attenzione e mettere in discussione i propri pregiudizi e i propri comportamenti educativi. D’altra parte, tutti i bambini, quando si trovano in difficoltà, hanno bisogno di un adulto di cui fidarsi, che li incoraggi a provare, buttarsi e rischiare, aiutandoli ad affrontare gli ostacoli, senza evitarli né addolcirli, per metterli in condizione di crescere superandoli.</p>
<p>L’atteggiamento di ascolto e di apertura che l’insegnante assume nei confronti dell’alunno adottato diventa un monito per tutta la classe: egli, infatti, così come ogni alunno portatore di una diversità, è una risorsa per tutti i compagni, rappresenta una possibilità per affrontare a scuola, in maniera attiva e concreta, il tema dell’integrazione, incoraggiando un confronto senza pregiudizi con chi è diverso da sé.</p>
<p>Anche i genitori adottivi meritano attenzione e sensibilità da parte dell’insegnante; essi hanno, nella maggioranza dei casi, delle ferite legate all’infertilità che potrebbero non essere del tutto rimarginate e li fanno sentire bisognosi di una legittimazione al proprio ruolo che non è garantita dalla procreazione, ma deve essere consolidata giorno per giorno, attraverso la relazione con il figlio e il riconoscimento sociale. La riuscita scolastica del bambino è uno dei mezzi utilizzati dai genitori per sentirsi legittimati perché se il figlio è bravo a scuola e si comporta bene, loro si sentono bravi genitori. Il rischio, però, è che investano i propri figli e la scuola di aspettative eccessive che impediscono ai bambini di esprimere se stessi liberamente e li spingono ad assecondare i desideri e le aspettative di mamma e papà. In altri casi, invece, il genitore potrebbe essere iperprotettivo con il figlio e ipercritico e sfiduciato nei confronti dell’insegnante per il suo bisogno di sentirsi l’unico adulto in grado di capire il figlio e di educarlo, mettendo in atto un conflitto di potere.</p>
<p>Agire in un contesto relazionale così complesso non è semplice, ma per ottenere un’azione educativa efficace è estremamente importante tenere in considerazione tutte le componenti che interagiscono e caratterizzano la scuola: gli insegnanti, la famiglia e il bambino e soprattutto non perdere mai di vista che al centro di ogni intervento deve esserci sempre l’interesse e la salvaguardia del benessere del minore e la sua crescita globale, culturale, cognitiva ed emotiva.</p>
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		<title>FAMIGLIE ADOTTIVE. Ciclo di incontri per genitori adottivi</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Feb 2011 09:19:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale Prestando ascolto alle richieste di aiuto, alle difficoltà o anche alle semplici curiosità emerse incontrando famiglie adottive, i professionisti del Centro per le Famiglie di Murata di San Marino, hanno pensato ad un’iniziativa che possa offrire una risposta e un contesto adeguato ad alcune esigenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale</strong></em></p>
<p>Prestando ascolto alle richieste di aiuto, alle difficoltà o anche alle semplici curiosità emerse incontrando famiglie adottive, i professionisti del Centro per le Famiglie di Murata di San Marino, hanno pensato ad un’iniziativa che possa offrire una risposta e un contesto adeguato ad alcune esigenze comuni.</p>
<p>Durante l’anno vengono organizzati gruppi di confronto formati da coppie di genitori adattivi, in due cicli da 5 incontri ciascuno (settembre-gennaio e febbraio-giugno), a cadenza mensile, che si prefiggono lo scopo di creare un ambiente ed un contesto accogliente, amichevole e professionale allo stesso tempo (quindi anche con grande rispetto della privacy), in cui poter incontrare periodicamente persone che vivono le proprie esperienze genitoriali e che sentano l’esigenza e la voglia di metterle a confronto con quelle di altri.</p>
<p>Mentre il genitore biologico sa che il figlio è suo e non mette mai in discussione il proprio ruolo, il genitore adottivo sente la necessità di “costruirsi” una sicurezza e una legittimazione ad agire. Tende a sentirsi insicuro, quasi un genitore di serie B, perché sa che il bambino non è nato da lui, perciò ha bisogno di conferme e si sente spinto a cercare un riconoscimento del proprio ruolo attraverso la relazione e il legame affettivo con il figlio.</p>
<p>D’altra parte, il bambino adottato, vive nella maggior parte dei casi una serie di difficoltà emotive e relazionali relative alla storia vissuta e alla ferita dell’abbandono, che lo rendono particolarmente sensibile e soggetto a comportamenti a cui è necessario imparare ad attribuire un significato che aiuti il genitore ad accogliere il figlio e farlo sentire amato e voluto, stabilendo con lui una relazione che aiuti entrambi a sentirsi accettati nei reciproci ruoli e consenta al bambino di sviluppare le proprie risorse e potenzialità.</p>
<p>Le dinamiche emotive tipiche della famiglia adottiva sono estremamente complesse e il processo di attaccamento e di costruzione della relazione genitore-figlio necessita di spazi di riflessione e di confronto, che diventano ancora più efficaci se svolti in gruppo, con altre coppie che vivono o hanno vissuto situazioni simili e con la facilitazione di esperti di relazione.</p>
<p><strong>Come e quando raccontare la storia dell’adozione, come interpretare alcuni comportamenti difficili dei figli, come porsi nei confronti della scuola e delle difficoltà scolastiche, come comunicare con insegnanti e altri genitori, come interagire con la famiglia allargata sono solo alcune delle questioni concrete che potranno essere affrontate. </strong></p>
<p>Favorendo la comunicazione, verrà stimolato il confronto che offre l’opportunità di percepire le proprie esperienze come qualcosa di comune, di condiviso. Facilitare la circolazione delle idee aiuta a relativizzare le problematiche.</p>
<p>Cercare soluzioni insieme aiuta ad affrontare le questioni osservandole da più punti di vista.</p>
<p>Creare le condizioni per ascoltare gli altri ed essere ascoltati, permette sia di sentirsi <em>aiutati</em> che <em>aiutatori</em> attraverso le esperienze dirette e favorisce il proprio <em>senso di efficacia</em>.</p>
<p>E’ prevista la partecipazione della coppia genitoriale perché una genitorialità che funzioni implica, in primo luogo, una capacità di confronto e di scambio tra partner, che, insieme, possono definire un proprio stile educativo e relazionale, per poter poi usufruire della pluralità di voci, di stili e di ruoli che il gruppo offre, per verificarlo e individuare ulteriori soluzioni possibili.</p>
<p>Crediamo sia un’iniziativa utile a chi desidera un punto di riferimento costante e professionale, ma allo stesso tempo amichevole e confidenziale, che non sostituisca gli abituali canali di aiuto che ognuno possiede, ma ne aggiunga un altro che sostenga l’integrazione di informazioni e vissuti e stimoli lo sviluppo di un’attitudine riflessiva.</p>
<p>I gruppi verranno condotti dalla dott.ssa <strong>Silvia Ceccoli</strong> e  dal dott. <strong>Gianluca Noto</strong>, psicologi e psicoterapeuti relazionali</p>
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