Archive for febbraio, 2011
La regolazione naturale della fertilità. IL METODO BILLINGS
Written by Silvia on 27 febbraio 2011 – 10:24A cura della dott.ssa Suor Paola Della Ciana, medico counsellor
La regolazione naturale della fertilità si fonda sulla possibilità di individuare all’interno del ciclo mestruale i giorni fertili grazie all’osservazione da parte della donna di alcuni segni e sintomi naturali di fertilità. Tale conoscenza può essere utilizzata dalla coppia per ricercare, distanziare o evitare la gravidanza e per monitorare lo stato di salute riproduttivo della donna. Le osservazioni fatte informano la donna su quanto sta avvenendo in lei e l’aiutano a vivere senza ansia la propria fertilità.
Cos’è il metodo Billings?
E’ un metodo naturale di regolazione delle nascite che consente alla donna di riconoscere giorno per giorno il suo stato di non-fertilità o di potenziale fertilità attraverso le sensazioni prodotte a livello vulvare dall’assenza o dalla presenza di muco cervicale.
Come si apprende?
Per imparare correttamente il metodo è necessario che la coppia si rivolga ad un’insegnante diplomata che l’accompagnerà fino all’autonomia di utilizzo dello stesso. L’insegnamento è gratuito.
Quando si può applicare?
Il metodo, non essendo fondato su calcoli di probabilità, non richiede che i cicli siano regolari, ma può essere applicato in ogni circostanza della vita riproduttiva della donna: cicli regolari/irregolari, ridotta fertilità, allattamento, pre-menopausa, sospensione di contraccettivi orali, stress.
Quali vantaggi offre?
E’ semplice da imparare/utilizzare; non richiede utilizzo di farmaci/strumenti; non ha effetti collaterali; non nuoce alla salute; aiuta le coppie con bassa fertilità a conseguire una gravidanza; la responsabilità della regolazione della fertilità è condivisa all’interno della coppia; sono rispettati i ritmi naturali dell’organismo; sicurezza ed efficacia sono dimostrate da studi documentati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
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La famiglia adottiva incontra la scuola
Written by Silvia on 27 febbraio 2011 – 10:20A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale
L’inserimento scolastico sancisce, per ogni bambino, il momento di ingresso nel contesto sociale di appartenenza e impone un cambiamento significativo che lo mette a confronto con un elevato numero di compiti, relazioni e novità che influenzeranno non solo il suo bagaglio culturale, ma anche la sua crescita complessiva e la sua identità.
A scuola esistono diversi fattori tipici del contesto, raggruppabili in due grandi aree: quella disciplinare e quella affettivo-relazionale; la prima riguarda l’insieme dei contenuti disciplinari e le abilità cognitive di apprendimento, mentre la seconda fa riferimento alle dinamiche relazionali che il bambino mette in atto con i compagni di classe (competizioni, alleanze, conflitti, gelosie, leadership …) e con gli insegnanti (rispecchiamento, conferma, svalutazione, attaccamento emotivo …).
Nel rapporto con i compagni di classe e con l’insegnante esiste una ricchezza e una pluralità di parti di sé che gli alunni mettono in gioco, talvolta persino sanando difficoltà vissute in altri contesti. Se, ad esempio, un bambino fatica ad esporsi per timidezza o svalutazione di sé e viene inserito in un gruppo classe capace di farlo sentire accolto e accettato, potrà trovare uno stimolo ad esprimersi e acquisire maggiore sicurezza. In ugual modo è importante l’atteggiamento che l’insegnante assume con i suoi studenti: se ritiene che siano capaci e in grado di ottenere determinati risultati, trasmetterà loro, sia a livello verbale, che con il proprio atteggiamento non verbale, un messaggio di incoraggiamento e fiducia ed essi stessi finiranno per sentirsi capaci e meritevoli. La relazione è fondamentale per aiutare i bambini a capire cosa sanno e cosa sanno fare, come si rapportano agli altri e che caratteristiche di personalità possiedono, per quale attività o disciplina sono più portati, contribuendo a rafforzare la loro autostima e a prepararsi per diventare, un giorno, uomini e donne autonomi e responsabili.
Se questo è vero ed importante per tutti i bambini e tutti i ragazzi, lo è ancor più per quelli adottati che hanno vissuto un allontanamento precoce dai genitori e, nella maggioranza dei casi, dalla terra di origine e sono particolarmente bisognosi di sentirsi accolti e desiderati e di dare un senso di continuità alle due diverse storie che li caratterizzano (quella prima dell’adozione e quella dopo, nella famiglia adottiva e nel paese d’arrivo), per sviluppare un sentimento e una coscienza di identità stabile e integrata.
Queste premesse sono fondamentali per comprendere il rendimento scolastico dei bambini adottati, che spesso è inferiore a quello dei compagni. L’accoglienza emotiva e la sicurezza di essere amati rassicura e fa in modo che le energie mentali si rendano disponibili per l’apprendimento.
L’esperienza dell’abbandono, inoltre, ha una notevole influenza sul modo di affrontare il cambiamento di abitudini e di contesti che si verifica al momento dell’ingresso a scuola, perché genera in chi l’ha vissuta una particolare ansia e un bisogno di certezze e di stabilità superiore a quelle dei coetanei; questo genere di esperienze esistenziali lasciano un segno nella psiche e conferiscono una sensibilità particolare ai vissuti e alle aspettative delle persone affettivamente significative: i bambini adottati avvertono costantemente il bisogno di accertarsi che le persone care non li abbandonino di nuovo e che la situazione sia sempre sotto controllo, impiegando quasi tutte le proprie energie psichiche per gestire l’ansia di separazione dai genitori.
Esistono ulteriori aspetti all’origine dello stato ansioso che altera l’apprendimento e il comportamento a scuola. Tutti i bambini si pongono, fin da molto piccoli, numerose domande sulla loro storia, sul luogo da dove sono venuti e sulla loro collocazione prima di arrivare nella famiglia attuale e i bambini adottati non fanno eccezione, ma le affrontano con modalità peculiari: alcuni hanno uno stile ansioso e si chiedono continuamente come sia stata la loro vita precedente all’adozione e perché siano stati abbandonati dai genitori biologici; si ritengono, generalmente, responsabili del proprio abbandono e persone di scarso valore e hanno molta paura di essere lasciati di nuovo, per cui impiegano molte energie nel dare risposte a queste domande angoscianti. All’opposto, altri affrontano il loro abbandono utilizzando una modalità difensiva, che minimizza l’esperienza subita, spingendoli ad evitare di porsi domande e di riflettere per darsi risposte. In questo secondo caso, alcune risorse cognitive e riflessive rimangono costantemente inutilizzate, anche quando dovrebbero essere spese per l’apprendimento scolastico, e i bambini sono spinti a dedicarsi ad attività superficiali, che non mettano a rischio il loro pseudo-equilibrio, senza utilizzare mai completamente le proprie potenzialità, nemmeno a scuola.
In linea con queste riflessioni è l’osservazione di uno stile di attaccamento insicuro in tutti i bambini adottati e la sua correlazione con le loro risorse di apprendimento. La teoria dell’attaccamento, frutto degli studi dello psicanalista John Bowlby, sostiene l’esistenza nell’uomo di un bisogno innato e universale di creare legami affettivi stretti che gli garantiscano protezione e sicurezza e permettano la sua sopravvivenza e un suo sano sviluppo psichico. Questo bisogno spinge il bambino, fin da appena nato, a mettere in atto comportamenti di ricerca di protezione e affetto, cercando una risposta nell’adulto che ne ha cura. In base alla sensibilità dell’adulto e alla sua capacità di cogliere e di rispondere ai segnali del bambino, si crea un legame di attaccamento sicuro o insicuro.
Le prime esperienze di interazione tra bambino e adulto vengono interiorizzate dal piccolo e costituiranno una sorta di modello interno per le relazioni affettive future e per la sua immagine di sé. In particolare, il legame di attaccamento diventa sicuro se gli adulti capiscono i bisogni del bambino ed egli si sente fiducioso nell’esplorare il mondo e degno di amore, sapendo di poter contare sempre sulla loro presenza costante. Se, al contrario, ciò avviene in maniera parziale, se i genitori sono distratti, sofferenti o affettivamente poco disponibili, il bambino non sviluppa dentro di sé la certezza della presenza di un punto di riferimento costante ed ha timore di allontanarsi dal genitore ed esplorare il mondo per paura di non trovarlo più al suo ritorno. Egli tende, infine, a sviluppare un’immagine di sé come indegno dell’amore degli altri, interiorizzando un modello di attaccamento insicuro.
Il legame di attaccamento con il genitore comincia a costruirsi già durante il periodo della gestazione e se verrà interrotto da un abbandono, come nel caso dei bambini adottati, verrà minata alle fondamenta la sicurezza di base che il legame garantisce ed essa potrà essere recuperata solo attraverso un nuovo legame di attaccamento con i genitori adottivi.
Oggi i bambini adottati, soprattutto quelli provenienti dall’estero, arrivano già in età pre-scolare o scolare e l’inserimento scolastico avviene quasi immediatamente, senza che ci sia stato tempo sufficiente per creare e consolidare il nuovo legame di attaccamento con i genitori. Essendo emotivamente molto impegnati in questo processo psicologico complesso, potrebbero non riuscire a gestire, contemporaneamente tutte le novità e l’impegno necessari all’adattamento al contesto scolastico, manifestando difficoltà di apprendimento e di relazione e comportamenti disturbati e disturbanti in classe.
Spesso, per evitare un impegno troppo gravoso per il bambino, si suggerisce ai genitori di lasciar passare diversi mesi prima di inserirlo in classe e contemporaneamente si consiglia agli insegnanti di non concentrarsi subito sui suoi risultati scolastici, ma lasciargli il tempo necessario a trovare la sua dimensione emotiva e il senso di appartenenza alla classe, per sentirsi abbastanza sicuro e fiducioso e poter rivolgere la propria attenzione anche allo studio. L’apprendimento della lingua italiana, ad esempio, è spesso collegato ad un vissuto di appartenenza del bambino al nuovo contesto: il rifiuto di impararla può essere indicativo della sua reticenza o del suo rifiuto ad entrare a far parte di una nuova famiglia e di una nuova comunità culturale che si riconosce in quella lingua. La sua storia, le sue tradizioni e la sua cultura originaria, non possono essere abbandonate e non possono nemmeno essere integrate con le nostre in maniera improvvisa e senza un lavoro psicologico importante, soprattutto per un bambino piccolo.
I bambini adottati hanno, generalmente, una raffinata sensibilità e marcate capacità creative che possono essere espresse, inizialmente, attraverso attività (come il gioco, il disegno ecc.) in cui prevalgono la libera espressione e le abilità di socializzazione, che facilitano il vissuto di appartenenza alla classe. Utilizzare questo tipo di attività può essere un modo per iniziare una relazione educativa efficace e preparare il terreno ad un proficuo apprendimento.
Aiutarlo a prendere coscienza della sua diversità e della sua storia e ridarle un senso che permetta a lui e ai compagni di non percepirla come uno stigma o un deficit, ma come un arricchimento e una risorsa, implica un lavoro che coinvolge tutta la classe e richiede che tematiche riferite all’adozione, come la doppia genitorialità, l’albero genealogico differente e più complesso, la provenienza da paesi stranieri e le differenze culturali e religiose vengano affrontate apertamente in classe, attraverso attività che favoriscono la libera espressione delle proprie impressioni ed idee e il confronto in un clima privo di giudizio. In questo modo il bambino adottato vivrà la sua storia e la sua provenienza come qualcosa di speciale e di arricchente per tutti e si sentirà più forte e libero di dare risposte alle sue domande.
Per far questo, l’insegnante deve conoscere le principali caratteristiche emotive e relazionali legate all’adozione e non aver timore di affrontarle in classe con i propri alunni e deve essere disponibile a confronto costante con i genitori adottivi, per trovare insieme a loro il modo migliore per farlo. Inoltre, è importantissimo che rifletta attentamente sui propri pregiudizi sull’adozione e sui bambini adottati. Spesso, infatti, vengono percepiti come problematici, o, ancora più spesso, vittime di un triste destino.
Ciò che si pensa, anche quando i pensieri e le convinzioni non sono consapevoli, viene trasmesso attraverso i propri messaggi verbali e non verbali e si rischia di rimandare al proprio alunno e alla sua famiglia l’idea che sia problematico e incapace, o si rischia di diventare iperprotettivi, impedendogli di far emergere le proprie risorse perché lo si tratta come una persona che, a causa della sua storia e delle difficoltà attraversate, sarà sempre svantaggiata rispetto agli altri.
E’ importante osservare i comportamenti difficili o disturbanti o eccessivamente passivi e accomodanti dei bambini, con attenzione e con atteggiamento aperto e accogliente, per attribuire loro un significato che sia utile al bambino, senza trattarlo in maniera privilegiata e diversa dai compagni di classe (punirlo quando occorre, premiarlo e lodarlo quando lo merita) ed evitando di considerare l’adozione alla stregua di una patologia. Esistono situazioni, infatti, in cui si assegna l’insegnante di sostegno semplicemente perché il bambino è adottato e manifesta inizialmente difficoltà nell’apprendimento della lingua italiana o si comporta in maniera incontrollabile. Affiancare ad un bambino un insegnante di sostegno è una scelta forte poiché trasmette a lui e alla famiglia un messaggio di grossa problematicità, che dovrebbe essere riferita solo ai casi in cui esistono psicopatologie conclamate (disturbi dell’apprendimento, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, disturbo post-traumatico da stress, disturbi dello sviluppo …).
I bambini adottati hanno una storia generalmente più complessa di quella degli altri, ma hanno spesso risorse più grandi proprio per il fatto di essere sopravvissuti a situazioni di vita difficili. Considerandoli problematici o proteggendoli eccessivamente si rischia di non farli sentire capiti e di impedire alle loro risorse di emergere. Sono bambini come gli altri, con un particolare bisogno di affetto e di comprensione e questo interroga e sollecita l’insegnante a porre attenzione e mettere in discussione i propri pregiudizi e i propri comportamenti educativi. D’altra parte, tutti i bambini, quando si trovano in difficoltà, hanno bisogno di un adulto di cui fidarsi, che li incoraggi a provare, buttarsi e rischiare, aiutandoli ad affrontare gli ostacoli, senza evitarli né addolcirli, per metterli in condizione di crescere superandoli.
L’atteggiamento di ascolto e di apertura che l’insegnante assume nei confronti dell’alunno adottato diventa un monito per tutta la classe: egli, infatti, così come ogni alunno portatore di una diversità, è una risorsa per tutti i compagni, rappresenta una possibilità per affrontare a scuola, in maniera attiva e concreta, il tema dell’integrazione, incoraggiando un confronto senza pregiudizi con chi è diverso da sé.
Anche i genitori adottivi meritano attenzione e sensibilità da parte dell’insegnante; essi hanno, nella maggioranza dei casi, delle ferite legate all’infertilità che potrebbero non essere del tutto rimarginate e li fanno sentire bisognosi di una legittimazione al proprio ruolo che non è garantita dalla procreazione, ma deve essere consolidata giorno per giorno, attraverso la relazione con il figlio e il riconoscimento sociale. La riuscita scolastica del bambino è uno dei mezzi utilizzati dai genitori per sentirsi legittimati perché se il figlio è bravo a scuola e si comporta bene, loro si sentono bravi genitori. Il rischio, però, è che investano i propri figli e la scuola di aspettative eccessive che impediscono ai bambini di esprimere se stessi liberamente e li spingono ad assecondare i desideri e le aspettative di mamma e papà. In altri casi, invece, il genitore potrebbe essere iperprotettivo con il figlio e ipercritico e sfiduciato nei confronti dell’insegnante per il suo bisogno di sentirsi l’unico adulto in grado di capire il figlio e di educarlo, mettendo in atto un conflitto di potere.
Agire in un contesto relazionale così complesso non è semplice, ma per ottenere un’azione educativa efficace è estremamente importante tenere in considerazione tutte le componenti che interagiscono e caratterizzano la scuola: gli insegnanti, la famiglia e il bambino e soprattutto non perdere mai di vista che al centro di ogni intervento deve esserci sempre l’interesse e la salvaguardia del benessere del minore e la sua crescita globale, culturale, cognitiva ed emotiva.
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FAMIGLIE ADOTTIVE. Ciclo di incontri per genitori adottivi
Written by Silvia on 27 febbraio 2011 – 10:19A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale
Prestando ascolto alle richieste di aiuto, alle difficoltà o anche alle semplici curiosità emerse incontrando famiglie adottive, i professionisti del Centro per le Famiglie di Murata di San Marino, hanno pensato ad un’iniziativa che possa offrire una risposta e un contesto adeguato ad alcune esigenze comuni.
Durante l’anno vengono organizzati gruppi di confronto formati da coppie di genitori adattivi, in due cicli da 5 incontri ciascuno (settembre-gennaio e febbraio-giugno), a cadenza mensile, che si prefiggono lo scopo di creare un ambiente ed un contesto accogliente, amichevole e professionale allo stesso tempo (quindi anche con grande rispetto della privacy), in cui poter incontrare periodicamente persone che vivono le proprie esperienze genitoriali e che sentano l’esigenza e la voglia di metterle a confronto con quelle di altri.
Mentre il genitore biologico sa che il figlio è suo e non mette mai in discussione il proprio ruolo, il genitore adottivo sente la necessità di “costruirsi” una sicurezza e una legittimazione ad agire. Tende a sentirsi insicuro, quasi un genitore di serie B, perché sa che il bambino non è nato da lui, perciò ha bisogno di conferme e si sente spinto a cercare un riconoscimento del proprio ruolo attraverso la relazione e il legame affettivo con il figlio.
D’altra parte, il bambino adottato, vive nella maggior parte dei casi una serie di difficoltà emotive e relazionali relative alla storia vissuta e alla ferita dell’abbandono, che lo rendono particolarmente sensibile e soggetto a comportamenti a cui è necessario imparare ad attribuire un significato che aiuti il genitore ad accogliere il figlio e farlo sentire amato e voluto, stabilendo con lui una relazione che aiuti entrambi a sentirsi accettati nei reciproci ruoli e consenta al bambino di sviluppare le proprie risorse e potenzialità.
Le dinamiche emotive tipiche della famiglia adottiva sono estremamente complesse e il processo di attaccamento e di costruzione della relazione genitore-figlio necessita di spazi di riflessione e di confronto, che diventano ancora più efficaci se svolti in gruppo, con altre coppie che vivono o hanno vissuto situazioni simili e con la facilitazione di esperti di relazione.
Come e quando raccontare la storia dell’adozione, come interpretare alcuni comportamenti difficili dei figli, come porsi nei confronti della scuola e delle difficoltà scolastiche, come comunicare con insegnanti e altri genitori, come interagire con la famiglia allargata sono solo alcune delle questioni concrete che potranno essere affrontate.
Favorendo la comunicazione, verrà stimolato il confronto che offre l’opportunità di percepire le proprie esperienze come qualcosa di comune, di condiviso. Facilitare la circolazione delle idee aiuta a relativizzare le problematiche.
Cercare soluzioni insieme aiuta ad affrontare le questioni osservandole da più punti di vista.
Creare le condizioni per ascoltare gli altri ed essere ascoltati, permette sia di sentirsi aiutati che aiutatori attraverso le esperienze dirette e favorisce il proprio senso di efficacia.
E’ prevista la partecipazione della coppia genitoriale perché una genitorialità che funzioni implica, in primo luogo, una capacità di confronto e di scambio tra partner, che, insieme, possono definire un proprio stile educativo e relazionale, per poter poi usufruire della pluralità di voci, di stili e di ruoli che il gruppo offre, per verificarlo e individuare ulteriori soluzioni possibili.
Crediamo sia un’iniziativa utile a chi desidera un punto di riferimento costante e professionale, ma allo stesso tempo amichevole e confidenziale, che non sostituisca gli abituali canali di aiuto che ognuno possiede, ma ne aggiunga un altro che sostenga l’integrazione di informazioni e vissuti e stimoli lo sviluppo di un’attitudine riflessiva.
I gruppi verranno condotti dalla dott.ssa Silvia Ceccoli e dal dott. Gianluca Noto, psicologi e psicoterapeuti relazionali
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LE FAMIGLIE SI RACCONTANO. Ciclo di incontri di sostegno alla genitorialità
Written by Silvia on 27 febbraio 2011 – 10:17A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale
Le richieste di aiuto, le difficoltà o anche le semplici curiosità emerse incontrando famiglie e genitori di bambini e ragazzi di diverse fasce di età, hanno spinto i professionisti del Centro per le Famiglie ad organizzare un’iniziativa specifica ad essi rivolta, nel tentativo di stimolare riflessioni e osservazioni che possano dare qualche risposta.
Attiviamo gruppi rivolti a genitori, in due cicli da 5 incontri ciascuno (settembre-gennaio e febbraio-giugno), con incontri a cadenza mensile che si prefiggono lo scopo di creare un ambiente ed un contesto accogliente e amichevole, ma allo stesso tempo professionale e rispettoso della privacy, in cui poter incontrare periodicamente genitori che hanno voglia di mettere a confronto con altri le proprie esperienze con i figli.
La quotidianità della vita familiare, che comprende la gestione dei momenti di studio, del tempo libero, del tempo dedicato alle attività extrascolastiche, delle relazioni con gli amici dei propri figli e coinvolge, ovviamente, anche le capacità organizzative dei genitori viene spesso affrontata come una routine, lasciando via libera ad automatismi e concedendo ad essa pochi spazi e momenti di riflessione e confronto.
A volte ci si confronta con le proprie famiglie o con gli amici che vivono situazioni simili per decidere come muoversi; si parla con l’insegnante per l’andamento a scuola, con il catechista o con l’allenatore per sapere come il proprio figlio interagisce con gli altri.
Il nostro obiettivo è proprio quello di integrare le varie esperienze e le diverse realtà vissute, dare uno spazio ed un tempo a questi momenti di confronto: attraverso la presenza di figure professionali come lo psicologo ed il medico si aggiungerà al normale e sano confronto fra amici quel sostegno per affrontare le questioni nel modo più utile possibile ad ognuno nel rispetto della propria esperienza che è unica e particolare.
Verranno proposti alcuni temi centrali nella relazione genitore-figli, su cui favorire la comunicazione e stimolare nei partecipanti quel confronto che dà la possibilità di percepire le proprie esperienze come un qualcosa di comune, di condiviso, aiutandoli a relativizzare le problematiche e a trovare nuove risposte alle proprie domande.
Invitiamo i genitori a partecipare in coppia affinché gli stimoli e lo scambio avvengano prima di tutto fra partner, per definire insieme uno stile educativo utile ed efficace, da mettere a confronto con quello degli altri.
Per favorire un clima informale ed amichevole, invitiamo gli interessati a coinvolgere anche i propri amici: l’unico vincolo è essere genitori, non importa di quale fascia di età siano i propri figli. Il gruppo potrà raggiungere un massimo di sedici persone e cercherà di mantenere quelle condizioni utili ad ognuno per sentirsi a proprio agio.
Crediamo sia una iniziativa utile a chi desidera un punto di riferimento costante e professionale, ma allo stesso tempo amichevole e confidenziale, che non sostituisca gli abituali canali di aiuto che ognuno di noi ha sviluppato, ma che possa aggiungerne uno che vada ad integrare i vari vissuti e a sviluppare un’attitudine riflessiva.
Il prossimo ciclo di incontri verrà condotto dalla dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale e dalla dott.ssa Micaela Santini, medico e genitore.
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La Coppia in relazione
Written by Silvia on 27 febbraio 2011 – 10:15A cura della dott.ssa Silvia Ceccoli, psicologa e psicoterapeuta relazionale
Oggi al legame di coppia si chiede tanto: i partner si aspettano di trovare nella loro relazione felicità e auto-realizzazione, non più solo sicurezza economica e riconoscimento sociale.
Inizialmente si sancisce un patto relazionale implicito, fondato sull’amore romantico, molto intenso e coinvolgente. Esso nasce dal bisogno di ricevere una conferma del proprio valore e della validità dei propri modelli familiari e culturali. Per questo si chiede all’altro di essere ciò che si vuole, ciò che si ha bisogno che egli sia. In alcuni casi, poi, la relazione può nascere anche sul presupposto di curare, attraverso l’altro, proprie parti sofferenti, soddisfare bisogni mai soddisfatti, trovare soluzioni a problemi antichi irrisolti; questo è ancor più vero per coloro che hanno dovuto reprimere durante l’infanzia bisogni vitali a causa dell’impossibilità dei genitori di soddisfarli e che, durante l’innamoramento, si illudono che la persona che hanno incontrato sarà l’unica in grado finalmente di soddisfare esigenze represse o negate per tanto tempo.
Le aspettative reciproche plasmano la relazione e contengono l’illusione che l’altro potrà soddisfare tutti i nostri bisogni e renderci completamente felici.
Con il tempo, questo primo patto verrà minacciato dal sopraggiungere della delusione: ci si accorge che l’altro non è o non è solo quello che ci aspettavamo e che volevamo vedere, ma ha luci ed ombre, pregi e difetti, caratteristiche che giudichiamo positive ed altre che valutiamo negativamente. A volte può essere distratto o superficiale o preoccupato o non avere più le attenzioni che vorremmo, quando le vorremmo.
Sopraggiunge un momento cruciale per la coppia, una tappa fondamentale per il passaggio ad uno stadio successivo che talvolta potrà far evolvere la relazione in senso positivo, altre volte potrà portare alla sua rottura, altre volte ancora potrà mantenerla in uno stato di stallo e sofferenza.
Una delle competenze fondamentali da acquisire in questa fase è la capacità di accogliere e rispettare le differenze del partner, attraverso il dialogo e una comunicazione chiara che aiuti a trovare un adattamento reciproco più utile e soddisfacente, che permetterà di affrontare i cambiamenti e renderà il rapporto più preparato di fronte a nuovi impegni (costituzione di un nucleo familiare, nascita dei figli ecc…), consentendo, inoltre, di ridefinire insieme i rispettivi ruoli e la modalità di relazione con le famiglie d’origine di entrambi, con gli amici, con i figli e con il mondo esterno.
Alcune coppie hanno difficoltà ad esprimere le differenze e a trovare un adattamento migliore, per una paura catastrofica che il conflitto determinerà la rottura del legame. Per questo la loro capacità di confronto e adattamento è ridotta e in alcuni momenti di cambiamento possono manifestarsi difficoltà e disagio psicologico.
Accorgersi di ciò che accade e dare un significato alle dinamiche di coppia in ciascuno di questi momenti di cambiamento è un modo per acquisire abitudini, atteggiamenti e modalità di relazione reciproca più soddisfacenti e per avere, complessivamente, una vita più felice e realizzata; è nelle relazioni e attraverso le relazioni, infatti, che le persone possono sviluppare appieno le proprie potenzialità e vivere una profonda realizzazione.
In alcuni casi si rivela necessario l’aiuto di un professionista esperto di relazioni, in altri può essere utile un momento di scambio fra coppie che vivono problematiche simili, per sentirsi supportati nelle fasi delicate di cambiamento.
Il Centro per le Famiglie si avvale della collaborazione di psicologi e psicoterapeuti specialisti in relazioni di coppia e familiari, per offrire un servizio di consulenza personalizzata, o, per coloro che lo ritengono più opportuno, una serie di 5 incontri a cadenza mensile, rivolti a coppie che avvertano la necessità di un confronto e uno scambio con altre coppie che vivono esperienze di vita simili. Il ciclo di incontri, dal titolo “la coppia in relazione”, è condotto dal dott. Gianluca Noto e dalla dott.ssa Silvia Ceccoli.
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